Anna Maria Mangia

mercoledì, 11 novembre 2009

L'ethos dei giuristi


di Ernst-Wolfgang Böckenförde

L'ethos non può essere messo sullo stesso piano dell'etica; tra le due parole c'è senz'altro una parentela linguistica, eppure, quanto al loro significato, sono distinte. In che cosa sta tuttavia la differenza? Può essere semplicemente ridotta alla contrapposizione tra ciò che è normativamente dovuto - l'etica - e ciò che è fattualmente vissuto - l'ethos? Volgiamoci dunque alle principali forme significative attraverso le quali si manifesta l'ethos dei giuristi.
Ci sono in primo luogo la forma di agire e l'ethos dei giuristi romani. Come si formarono questi giuristi? Quali furono i loro compiti, le forme della loro attività e il loro modo d'agire? In che maniera hanno contribuito allo sviluppo del diritto romano e alla formazione di un ethos giuridico? Affidiamoci alla guida di Franz Wieacker e di Wolfgang Kunkel ricorrendo alle loro ricerche sulla storia del diritto e dei giuristi romani.
I giuristi romani ebbero i propri precursori nei pontefici il cui carattere è principalmente sacrale. I pontefici erano custodi della tradizione culturale e statale accumulatasi nel tempo, dell'archiviazione dei patti politici e delle leggi oltre che dell'applicazione del calendario delle feste. Essi erano perciò detentori di quel particolare sapere che abbraccia tutti i processi giuridicamente rilevanti fatti oggetto di registrazione scritta. In virtù dell'accesso privilegiato a questo sapere, quando non addirittura del monopolio dello stesso, ebbero in aggiunta anche il compito dell'applicazione pratica di questo patrimonio di conoscenze. Il loro ambito originario fu la guida esperta e la consulenza prestata a funzionari e a privati in tutte le questioni che concernevano il rapporto dell'urbs e dei suoi cittadini con le divinità, come, in particolare, le orazioni, la presentazione di doni sacrificali, i rituali di espiazione. Nelle incombenze di natura prevalentemente profana, alle quali non tardò a estendersi la loro attività e che con il passare del tempo si fecero preponderanti, furono loro compiti l'interpretazione delle leggi, la concreta redazione di formule processuali così importanti per gli ordinamenti giuridici arcaici e dei rituali negoziali i quali erano modellati sull'esempio delle formule sacrificali e di preghiera, ma anche la consulenza sugli atti da osservare per scongiurare le sciagure incombenti o l'ingiustizia e i pareri sui turbamenti e sulle incertezze nei rapporti giuridici.
 I pontifices e i giuristi da loro dipendenti soltanto in singoli casi occuparono magistrature o furono judices. Essi andarono piuttosto a formare una particolare istituzione, non più privata ma pubblica, radicata nella società politica:  una cerchia principalmente interna alla nobiltà che si dedicava in maniera continuativa e professionale allo specifico sapere sacrale e giuridico cui aveva accesso, e lo metteva a disposizione dei magistrati e del senato in forma di consigli privati (consilium) e di responsi (responsum).
Conformemente a questa funzione pubblica ci si aspettava dai giuristi imparzialità e gratuità. La loro attività era ritenuta un officium fondato su esperienza e autorità e al loro consiglio si ricorreva per l'autorità che ci si poteva attendere dal sapere professionale di cui erano depositari. Così gli interessati potevano suffragare la propria azione attraverso l'altrui auctoritas ed evitare i pericoli di un comportamento sbagliato che incombono in un diritto fortemente formalizzato e (ancora) condizionato dal rito. I giuristi compaiono perciò come juris consulti, come coloro che sono interrogati sul diritto, e di qui traggono il loro nome. Tre sono i loro principali compiti:  agere, l'assistenza prestata alle parti del processo e del negozio nell'azione pubblica affinché le medesime ricorrano alle corrette formule di azioni e pretese; cavere, la consulenza nel corso della formazione e della conclusione di negozi giuridici; respondere, la dichiarazione peritale sulla decisione di un caso giuridico concreto. Quest'ultima attività continuò a svilupparsi ininterrottamente fino alla tarda epoca imperiale. In un continuo rapporto con la prassi si pervenne in questo modo a uno sviluppo armonioso e a una conformazione del diritto in definizioni, regole e figure argomentative con cui i giuristi davano prova della loro perizia. A partire dall'età imperiale si afferma anche la redazione di scritti giuridici che contribuiscono alle acquisizioni del dibattito tra professionisti oppure le riproducono diligentemente.
Qual è l'ethos che sta alla base di questa attività e che in essa prende forma?
Il diritto era nell'antica Roma, come anche in epoca successiva, soltanto uno tra i molti modelli di comportamento che si integravano a vicenda. A causa della sua autonomia e della sua natura formale esso si opponeva all'immediata applicazione o riproduzione di valutazioni stragiuridiche nell'ordinamento delle condotte di sua pertinenza. E tuttavia, se si ebbe un margine di comunicazione tra i due ambiti, lo si deve all'opera dei giuristi. Come illustrato da Franz Wieacker, questi, all'incirca dalla metà del II secolo prima dell'era cristiana, divennero, tramite l'elaborazione e l'applicazione del diritto, i portatori di crescenti aspirazioni etiche, da un canto con la loro influenza nella concezione delle formule scritte e, dall'altro, garantendo la propria consulenza ai magistrati e ai giudici. Concetti come exceptio doli, restitutio in integrum, dolo petit qui petit quod statim redditurus, audiatur et altera pars, le idee di bonus vir e di probo pater familias e anche il ricorso ai mores e al mos maiorum assunsero rilevanza giuridica ed ebbero accesso allo ius civile. A ciò si aggiunsero le valutazioni aequum, bonum et iustum, iustum quali rappresentazioni delle concezioni romane di giustizia e contemporaneamente immagini riflesse della filosofia greca della giustizia, del dikaion e dell'epeikeia. Ne risultò così una serie di pilastri etici a sostegno dello ius civile per lo più rigido e formale. Ciò non avvenne tuttavia come immediata traduzione e qualificazione giuridica di concezioni etiche, sebbene tramite la creazione e la configurazione di principi, concetti e figure argomentative che fanno propri alcuni contenuti etici nella prospettiva giuridica e in base ai problemi posti dal diritto. Questo processo si consolidò al termine della Repubblica con l'influsso della filosofia della Stoa e della sua dottrina del diritto naturale. Non da ultimo l'universalizzazione del diritto naturale della polissocietas humana rese possibili processi di recezione come quello che prese forma nello ius gentium, e ciò nella misura in cui il pensiero romano iniziò, nel corso dell'espansione dell'imperium romanum, a concepire un ordinamento giuridico universale dell'umanità.
L'opera secolare dei giuristi attorno al diritto e per il diritto trovò finalmente efficace espressione negli scritti e nelle massime di celebri giuristi. Esse sono raccolte nei DigestiCorpus iuris e permettono di riconoscere, sia sotto l'aspetto del metodo che sotto quello del contenuto, ciò che sta alla base della mentalità dei giuristi romani nonché l'ethos che si manifesta nel loro lavoro.
Ulpiano si chiede da dove tragga origine il nome "diritto". La sua risposta è che il diritto viene così chiamato in conformità alla giustizia e che è, come egli afferma richiamandosi a Celso, un'arte ossia l'ars boni et aequi. I giuristi, prosegue Ulpiano, sono al servizio della giustizia e insegnano il sapere di ciò che è buono e giusto, separando il diritto dal torto, dividendo ciò che è consentito da ciò che non lo è, e aspirando a condurre gli uomini al bene non mediante il timore della pena bensì con la promessa della ricompensa. Il contenuto essenziale del diritto e dei suoi comandi è riassunto nelle seguenti espressioni:  honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere. La reciprocità connaturata al diritto è così espressa:  chiunque deve osservare come diritto ciò che ha stabilito essere diritto nei confronti di un altro.
La legge non viene strumentalizzata come mezzo per la realizzazione di interessi ma è esaltata in quanto incarnazione del diritto in regole giuridiche generali. A completamento di tutto ciò vi sono le istruzioni per la formazione e l'interpretazione del diritto. I diritti, dice Ulpiano, non sono stabiliti per singole persone ma per la generalità, ed essi debbono essere istituiti, si afferma in Pomponio, in maniera conforme a ciò che accade nella regola e non secondo l'eccezione. Comandare, vietare, autorizzare e punire, queste espressioni fanno la loro apparizione indicando diverse modalità di efficacia delle leggi. Comprendere le leggi, sostiene Celso, non significa conoscerne le parole, bensì il senso e lo scopo; è scorretto, senza conoscere la legge nel suo complesso, giudicare o rilasciare un parere in base a una qualunque parte di essa. E, qualora il senso e lo scopo delle leggi siano applicabili a un nuovo caso, colui che ha la giurisdizione, deve procedere alla formazione di una regola analoga e solo allora pronunciare ciò che è diritto. Massime di questo tipo, nelle quali si manifesta la sostanza etica e metodologica dei Digesti, sono riscontrabili in gran numero. Queste massime mettono in evidenza l'ethos e i metodi dei giuristi romani. La loro influenza eccede di gran lunga la durata dell'impero romano; infatti, dalla riscoperta del Corpus iuris civilis nell'XI secolo, esse e l'ethos che vi si incarna svilupparono forza capace di plasmare nuovi ordinamenti ovunque si giunse a processi di recezione del diritto romano e l'elaborazione e l'uso di questo diritto divenne realtà. Simili processi si dispiegarono anche in lunghi periodi, soprattutto nel passaggio dal medioevo all'età moderna, e proseguono fin nell'ora presente.
Le forme dell'ethos dei giuristi qui illustrate sono, secondo la peculiarità del diritto di volta in volta considerato, senz'altro differenti. E tuttavia esse consentono senza dubbio di interrogarsi sulla essenza di questo ethos:  su ciò che, nonostante le differenti forme di manifestazione, può essere riconosciuto come una sostanza comune. Questa essenza si risolve in uno specifico orientamento all'atto di elaborare e di mettere in pratica un determinato diritto:  nella ricerca cioè di ciò che qui e ora è concretamente diritto. Questo orientamento ha per scopo ciò che esclude la parzialità, il suum cuique tribuere, lo audiatur et altera pars, la chiara comprensione dei problemi e delle circostanze di fatto che di volta in volta si presentano, e il senso per la forza pacificante di procedimenti ordinati. Proprio siffatti approdi contrassegnano lo spirito del giurista, costituiscono il contenuto etico della sua professione che si palesa nelle sue specifiche virtù. Così il giurista indica ai titolari del potere politico, del potere economico e anche di quello privato i confini che il diritto loro assegna, si comporta da "giurista scomodo" e reca disturbo nei settori dell'immediata realizzazione degli interessi. D'altronde è cosciente del fatto che il diritto, ch'egli crea, pratica ed esegue, non instaura, finché tale rimane la conditio humana, alcun ordine costitutivo della perfezione, e si accontenta, invece, di un ordinamento che garantisce la convivenza pacifica e relativamente ordinata degli uomini nella condizione in cui essi realmente sono. Ciò rimanda, per alcuni aspetti, all'usus politicus legis come lo intese Martin Luther il quale distingue il diritto dall'etica e li tiene in qualche misura separati. Questa disposizione e questo contegno non sono già dati dalla natura agli attori di volta in volta interessati, non sono, per così dire, sempre presenti. Debbono essere realizzati e acquisiti con l'abitudine, attraverso un'adeguata educazione e un'applicazione pratica sorretta da una volontà a ciò ordinata. Quando tutto questo non accade, si manifestano allora lacune nel comportamento del giurista e nel suo lavoro quotidiano che portano ultimamente allo snaturamento della professione. Esempi di ciò non sono soltanto riscontrabili durante gli anni del nazionalsocialismo e del fascismo, e non solamente il turbolento secolo XX ne fornisce molteplici prove.
 Naturalmente ci sono anche molti esiti positivi. Il che rende opportuna, in conclusione, una riflessione filosofica sul diritto. Qual è, questa è la domanda, il terreno in cui affonda le radici l'ethos giuridico? Che cosa produce e plasma l'ethos giuridico - pur nelle differenti forme in cui esso si manifesta? Ci sono negli uomini una predisposizione e una facoltà che nutrono questo ethos, che rendono possibile il suo nascere e la sua formazione, che lo ravvivano e lo fanno sorgere a dispetto della brama di potere, del fanatismo e della violenza che vorrebbero negarlo e sopprimerlo?
Nelle differenti forme di emersione dell'ethos giuridico appena descritte si evidenzia continuamente uno sforzo di rendere effettive, in mutevoli circostanze e congiunture differenti, le funzioni fondamentali del diritto - le funzioni di garanzia della pace, della libertà e della distribuzione - e di approssimarsi in tal modo a ciò che è conforme a diritto e giustizia, di far sì che dikaion ed epeikeia prendano pur parzialmente forma.
La misura e le accentuazioni di queste realizzazioni possono essere differenti, e tuttavia è possibile stabilire con certezza l'orientamento dell'operare dei giuristi e un contegno corrispondente. Perché questo risultato?
Sono manifeste nell'uomo una predisposizione e una facoltà che, nel suo conoscere e agire, lo indirizzano, nella misura in cui egli ha a che fare con l'ambito dei rapporti umani, a interrogarsi incessantemente su che cosa sia giusto e adeguato. Questo domandarsi e questo aspirare alla giustizia si palesano con intensità già nei bambini, per esempio quando si tratta di regole del gioco e del rispetto di esse, della divisione e della ripartizione o anche della gerarchia tra fratelli. Molto si è riflettuto nel corso della storia dell'Occidente su questa predisposizione e su questa facoltà. La filosofia della Stoa discorreva del lògos che caratterizza specificamente l'uomo, e vide in esso la capacità della ragione di riconoscere il mondo circostante e l'ordine che lo inabita, la legge razionale della lex naturalis; e comprese ciò come partecipazione, come partecipatio al Lògos divino universale. L'apostolo Paolo fece riferimento - forse appoggiandosi alla Stoa non senza riformarne i significati - alla legge che è scritta nel cuore degli uomini e vincola ognuno. La filosofia cristiana ha apportato un ulteriore approfondimento e anche un'elevazione. La lex naturalisimpressio divini luminis". Questo tuttavia non nel senso che alcunché di definitivamente precostituito sia in qualche modo riconosciuto dalla ragione, bensì in quello di una partecipazione (partecipatio) attiva e produttiva della ragione naturale al piano divino dell'ordine cosmico conforme alla lex aeterna - partecipazione che prende la forma di una forza conoscitiva infusa nella ragione stessa la quale è applicata alla comprensione del bene naturale per l'uomo e costituisce il fondamento dei giudizi pratici per l'azione etico-morale. In una visione successiva, ormai secolarizzata, Immanuel Kant indica nella libertà la natura e nella ragione la virtù dell'uomo; tale visione gli consente di porre - e di trarne le conseguenze per il diritto e la morale - giudizi "a priori" al fine di comprendere la libertà e la moralità dell'uomo le quali sono serbate empiricamente nel fatto della coscienza quale luogo della consapevolezza morale.
Questo fondamento antropologico dal quale si sviluppa l'ethos giuridico opera nel lavoro del giurista come un punto di riferimento etico-morale e, insieme, come un elemento di sviluppo. Naturalmente entrambi questi aspetti debbono essere resi effettivi e sviluppati mediante la formazione e l'educazione, e quindi assimilati con l'abitudine. Di qui il costituirsi di una coscienza del diritto come supporto di un'attività giuridica responsabile. Il fondamento di cui si è detto è in definitiva generalmente riferito alla conoscenza e all'azione etico-morale e non già immediatamente e specificamente al diritto. Quanto al diritto si aggiungono all'aspetto materialmente etico-morale - sia come integrazioni che come limiti - parecchi elementi strutturali risultanti dalla specifica funzione ordinante del diritto; essi fondano la sua autonomia non in quanto ordine costituivo della perfezione bensì in quanto ordine che garantisce la convivenza tra gli uomini.
Questi elementi strutturali si sono sviluppati durante i secoli in un processo non privo di oscillazioni. Essi caratterizzano la tradizione e la cultura giuridica e hanno anche aggiunto al concetto di giustizia nuovi aspetti che si manifestano soprattutto nella iustitia legalis, nella giustizia inerente al bene comune. Tali elementi non sono esterni rispetto alla sostanza etico morale del diritto bensì vi sono inseriti. Spetta all'ethos dei giuristi conservare questi elementi strutturali e svilupparli nel tempo. Alla base di ciò sta una visione sostanziale che è necessario mettere in luce, e cioè che il diritto non può essere compreso soltanto come il lato esteriore dell'etica e della morale relativo all'ambito dei rapporti interpersonali, come invece appare evidente nella prospettiva di un concetto genuinamente etico di diritto quale fu sostenuto dalla tradizionale dottrina cattolica del diritto naturale, né come mero prodotto di politica, potere e funzionalità razionale. Il diritto inteso come diritto vigente di un ordine sociale con il quale il giurista ha a che fare è piuttosto secondo la propria essenza, per dirla con una formula del sociologo e scienziato della politica francese Julien Freund, una mediazione (dialettica) tra etica normativa presente e politica. È ciò che ho espressamente sostenuto all'inizio della mia carriera accademica e che oggi vorrei ribadire con maggior forza. Ma che cosa significa?
Non si tratta qui della mediazione tra l'etica come scienza dell'agire bene e la politica, bensì della mediazione tra un'etica normativa che pretende di essere obbligatoria, e la politica. E non di una qualsiasi etica normativa lasciata alla libera scelta, bensì dell'etica presente, come canone di una società e, in particolare, di una comunità politica. Di quale tipo di etica normativa si tratti, se sia unitaria oppure differenziata e plurale, può stabilirsi soltanto concretamente, con riguardo a una società o a una comunità politica determinata, dipende dalla coscienza e dalle convinzioni dei consociati e, non da ultimo, è mediata all'interno di una cultura individuata. Questa etica normativa può, nella sostanza, corrispondere a canoni giusnaturalistici, essere con essi coerente, ma non è necessario che sia così; può non raggiungerli, addirittura rinnegarli ed essere in tal senso deficitaria.
Che cosa rimane del ruolo e del significato del diritto naturale? Il suo significato non va in alcun modo perduto, e il diritto naturale conserva il ruolo che gli conviene. Ciò appare con evidenza se si riconosce che il diritto naturale non può, come invece un tempo si è sostenuto, essere inteso e assunto nel senso di un dualismo giuridico, come un diritto vigente e applicabile, quasi un secondo tipo di diritto positivo. Una simile comprensione è stata spesso occasione di fraintendimenti e di riprovazioni. Il diritto naturale non possiede infatti il carattere proprio del diritto positivo vigente, mentre rappresenta un'etica giuridica normativa ed esercita in quanto tale la propria funzione. Ed è perciò idoneo e destinato a operare sotto tre aspetti:  in primo luogo nel senso del riconoscimento e della legittimazione del diritto positivo quando quest'ultimo corrisponda nella sostanza ai principi del diritto naturale e li traduca adeguatamente; in secondo luogo come criterio per le riforme e gli interventi migliorativi del diritto positivo dal momento e nella misura in cui sorgano e si manifestino in esso insufficienze rispetto al diritto naturale; in terzo luogo come istanza attraverso la quale il diritto positivo viene messo in discussione ed esaminato nella sua legittimità nel momento in cui quest'ultimo contraddica le pretese elementari del diritto naturale; ciò può spingersi fino al rifiuto della lealtà e persino alla resistenza nei confronti dello Stato.
Il modo in cui il contenuto del diritto positivo è plasmato dal diritto naturale; il modo in cui, per così dire, il diritto positivo abita nel diritto naturale, dipende dalla misura in cui il diritto naturale aderisce all'etica normativa presente in una comunità politica, divenendo questa stessa etica. Naturalmente ciò non si realizza da sé ma ha bisogno dell'attività e dell'opera di persuasione dei cultori e dei difensori del diritto naturale nel discorso pubblico come nel processo politico. Le possibilità sono tanto maggiori quanto più si riesce a tradurre i contenuti e le sollecitazioni del diritto naturale in linguaggio secolare e quindi sottoporli al criterio della generalizzabilità. Qualora questa mediazione nel diritto vigente abbia successo, spetta al giurista soggetto a questo diritto tenerne conto in maniera positiva e produttiva. Non per questo il giurista si fa "parte" e rappresentante di interessi particolari. Rimane invece fedele al proprio compito e al proprio ethos nel momento in cui riconosce quella specifica funzione di mediazione (dialettica) tra politica ed etica normativa del presente che è propria del diritto. Così facendo il giurista difende il diritto stesso e, attraverso questa mediazione, lo attua nel suo lavoro quotidiano.

(©L'Osservatore Romano - 4 novembre 2009)


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categorie: diritto
giovedì, 05 novembre 2009

Il Crocifisso, i giudici e Natalia Ginzburg


di Giuseppe Fiorentino e Francesco M. Valiante

Tra tutti i simboli quotidianamente percepiti dai giovani, la sentenza emessa idalla Corte di Strasburgo - che proibisce l'esposizione del crocifisso dalle aule scolastiche italiane perché sarebbe contraria al diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e al diritto dei bambini alla libertà di religione - ha colpito quello che più rappresenta una grande tradizione, non solo religiosa, del Continente europeo. "Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l'immagine della rivoluzione cristiana che ha sparso per il mondo l'idea dell'eguaglianza tra gli uomini fino allora assente". A scrivere queste parole, il 22 marzo 1988, era Natalia Ginzburg sulle pagine de "l'Unità", il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, allora organo del Partito comunista italiano.
Le parole della scrittrice, a oltre vent'anni di distanza, esprimono un sentimento ancora ampiamente condiviso in Italia. Ne sono dimostrazione le tante reazioni seguite al pronunciamento della Corte europea. Mentre il Governo italiano ha annunciato di aver presentato ricorso contro la sentenza, il mondo politico ha evidenziato quasi unanimemente la mancanza di buon senso insita nel provvedimento, ribadendo come la laicità delle istituzioni sia un valore ben diverso dalla negazione del ruolo del cristianesimo. "Stupore e rammarico" sono stati espressi in particolare dal direttore della Sala Stampa della Santa Sede, il gesuita Federico Lombardi, in una severa dichiarazione trasmessa dalla Radio Vaticana e dal Tg1. "È grave - ha affermato - voler emarginare dal mondo educativo un segno fondamentale dell'importanza dei valori religiosi nella storia e nella cultura italiana". E ha continuato:  "Stupisce poi che una Corte europea intervenga pesantemente in una materia molto profondamente legata all'identità storica, culturale e spirituale del popolo italiano. Non è per questa via che si viene attratti ad amare e condividere di più l'idea europea, che come cattolici italiani abbiamo fortemente sostenuto fin dalle sue origini". Di "visione parziale e ideologica" ha parlato la Conferenza episcopale italiana, sottolineando che nella decisione della Corte "risulta ignorato o trascurato il molteplice significato del crocifisso, che non è solo simbolo religioso ma anche segno culturale".
Va ricordato che in Italia il Consiglio di Stato nel 2006 aveva già ritenuto legittime le norme che prevedono l'esposizione del crocifisso nelle scuole, affermando che questo non assume valore discriminatorio per i non credenti perché rappresenta "valori civilmente rilevanti e, segnatamente, quei valori che soggiacciono e ispirano il nostro ordine costituzionale".
In effetti la sentenza della Corte di Strasburgo, con l'intento di voler tutelare i diritti dell'uomo, finisce per mettere in discussione le radici sulle quali quegli stessi diritti si fondano, disconoscendo l'importanza del ruolo della religione - e in particolare del cristianesimo - nella costruzione dell'identità europea e nell'affermazione della centralità dell'uomo nella società. Sotto altro profilo, la decisione dei giudici di Strasburgo sembra ispirata a un'idea di laicità dello Stato che porta a emarginare il contributo della religione alla vita pubblica. Si potrebbe così prefigurare un futuro non tanto lontano fatto di ambienti pubblici privi di qualunque riferimento religioso e culturale nel timore di offendere l'altrui sensibilità. In realtà, non è nella negazione, bensì nell'accoglienza e nel rispetto delle diverse identità che si difende l'idea di laicità dello Stato e si favorisce l'integrazione tra le varie culture. "Il crocifisso rappresenta tutti" - spiegava Natalia Ginzburg - perché "prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti,  ebrei  e  non  ebrei  e  neri  e bianchi".


(©L'Osservatore Romano - 5 novembre 2009)

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categorie: religione, attualitĂ 
mercoledì, 04 novembre 2009

Un ragionamento viziato

tratto da Sir
Un "ragionamento viziato sul presupposto che il crocifisso possa costringere ad una professione di fede, mentre esso è un simbolo passivo, che cioè non costringe in coscienza nessuno". È il commento "a caldo" rilasciato il 3 novembre al SIR da Giuseppe Dalla Torre, rettore della Lumsa, poco dopo la sentenza con la quale nello stesso giorno la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha stabilito, a seguito del ricorso di una cittadina italiana, che l'esposizione del crocifisso in classe costituisce "una violazione al diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e con il diritto dei bambini alla libertà di religione". Il ricorso a Strasburgo era stato presentato il 27 luglio 2006 da Solie Lautsi, madre di due ragazzi che nell'anno scolastico 2001-2002 avevano frequentato ad Abano Terme l'Istituto statale "Vittorino da Feltre". La Lautsi si era già rivolta nel luglio 2002 al Tar del Veneto, che nel gennaio 2004 ha consentito che il ricorso venisse inviato alla Corte costituzionale, i cui giudici hanno stabilito di non avere la giurisdizione sul caso. Il fascicolo è quindi tornato al Tar che nel marzo 2005 non ha accolto il ricorso, sostenendo che il crocifisso è simbolo della storia, della cultura e dell'identità del nostro Paese. Posizione confermata nel febbraio 2006 dal Consiglio di Stato.
 "Oltre che essere un simbolo religioso - conferma Dalla Torre - il crocifisso esprime la nostra cultura e identità. Abbiamo bisogno di elementi che facciano mantenere coesa la società intorno a valori tradizionali e fondanti". Questo, precisa il rettore della Lumsa, "è peraltro il ragionamento che ha portato a numerose decisioni di giudici italiani che mi appaiono ancora del tutto condivisibili. Se il crocifisso non fosse anzitutto un simbolo culturale - e quindi non coercitivo per alcuno - dovremmo togliere tutte le croci presenti sulle nostre strade e piazze e questo sarebbe veramente ridicolo". Per Dalla Torre non sono dunque "pertinenti" i richiami della sentenza in questione all'art.2 del protocollo n.1 (diritto all'istruzione) e all'art.9 in materia di libertà di pensiero, coscienza e religione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. "Mi pare - dichiara il giurista - che i giudici della Corte di Strasburgo continuino a manifestare una chiara lontananza da quelle che sono la realtà dei Paesi europei e le aspettative dei loro cittadini". Dalla Torre parla di "uno dei tanti e ricorrenti ritorni di laicismo cui siamo ormai abituati" e rammenta che "i giudici europei hanno un'estrazione politica che non sempre corrisponde ai contesti nazionali dai quali provengono". La sentenza afferma che lo Stato è tenuto alla "neutralità confessionale" nel quadro dell'istruzione pubblica: "Un'istruzione pubblica che non rendesse presente anche una dimensione religiosa - replica Dalla Torre - non sarebbe un'istruzione neutrale, ma di parte. Occorre senza dubbio tutelare la libertà religiosa, ma il fatto religioso non va nascosto. Farlo significherebbe assumere una posizione non laica ma laicista nel senso peggiore del termine".
 "La decisione della Corte di Strasburgo suscita amarezza e non poche perplessità. Fatto salvo il necessario approfondimento delle motivazioni, in base a una prima lettura, sembra possibile rilevare il sopravvento di una visione parziale e ideologica". Questa la posizione della Conferenza episcopale italiana sulla sentenza, espressa il 3 novembre in una nota. "Risulta ignorato o trascurato il molteplice significato del crocifisso, che non è solo simbolo religioso ma anche segno culturale", precisa la nota. Secondo i vescovi, "non si tiene conto del fatto che, in realtà, nell'esperienza italiana l'esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici è in linea con il riconoscimento dei principi del cattolicesimo" come "parte del patrimonio storico del popolo italiano", ribadito dal Concordato del 1984. "In tal modo, si rischia di separare artificiosamente l'identità nazionale dalle sue matrici spirituali e culturali", mentre, conclude la Cei, "non è certo espressione di laicità, ma sua degenerazione in laicismo, l'ostilità a ogni forma di rilevanza politica e culturale della religione; alla presenza, in particolare, di ogni simbolo religioso nelle istituzioni pubbliche".
 "La sentenza della Corte europea è stata accolta in Vaticano con stupore e rammarico": così padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana. "Il Crocifisso - ha aggiunto padre Lombardi in una dichiarazione resa a Radio Vaticana e al Tg1 nella serata del 3 novembre - è stato sempre un segno di offerta di amore di Dio e di unione e accoglienza per tutta l'umanità. Dispiace che venga considerato come un segno di divisione, di esclusione o di limitazione della libertà. Non è questo, e non lo è nel sentire comune della nostra gente. In particolare, è grave voler emarginare dal mondo educativo un segno fondamentale dell'importanza dei valori religiosi nella storia e nella cultura italiana. La religione dà un contributo prezioso per la formazione e la crescita morale delle persone, ed è una componente essenziale della nostra civiltà. È sbagliato e miope volerla escludere dalla realtà educativa". Infine da padre Lombardi un richiamo di taglio europeo: "Stupisce poi che una Corte europea intervenga pesantemente in una materia molto profondamente legata all'identità storica, culturale, spirituale del popolo italiano. Non è per questa via che si viene attratti ad amare e condividere di più l'idea europea, che come cattolici italiani abbiamo fortemente sostenuto fin dalle sue origini. Sembra che si voglia disconoscere il ruolo del cristianesimo nella formazione dell'identità europea, che invece è stato e rimane essenziale".
 "Crediamo che l'accoglienza dell'altro e il rispetto della sua diversità debbano partire dal riconoscimento della propria identità" afferma Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari. Il crocifisso, osserva, è il riconoscimento "delle radici cristiane della società italiana ed europea, parla nel nostro Paese della stragrande maggioranza degli studenti e delle famiglie che scelgono l'insegnamento della religione cattolica". "Attenderemo di leggere le motivazioni della sentenza - conclude Belletti - ma allo stato dell'arte la Corte sembra prefigurare per i popoli del Vecchio Continente una cittadinanza priva di soggetti chiari e definiti, una società dal volto senza lineamenti". Molte altre associazioni, tra le quali Mcl, Agesc e Comunità Papa Giovanni XXIII, si sono poste in questa stessa linea.


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categorie: riflessioni, religione, diritto, attualitĂ 
martedì, 03 novembre 2009

Crocifisso a scuola:un grave no culturare

tratto da sir
di Alberto Campoleoni
E adesso arriva anche la Corte europea dei diritti dell’uomo. L’organismo di Strasburgo ha stabilito che la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche costituisce una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni, una violazione, anche, della libertà di religione, una situazione anomala e incompatibile con la laicità dello Stato.
La Corte argomenta su diversi piani accogliendo il ricorso di una cittadina italiana che aveva già interpellato la magistratura del nostro Paese contestando l’esposizione del crocifisso nelle aule frequentate dai suoi figli, in una scuola di Abano Terme. In Italia la questione si era risolta, in sostanza, ribadendo il valore del crocifisso come simbolo culturale, oltre che religioso, segno di identità e di principi che fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, in nessun modo “obbligante” ad una fede. Un simbolo, in qualche modo, della stessa laicità che si vorrebbe invece violata.
Adesso la Corte europea ribalta la questione e vede nell’esposizione del crocifisso un pericolo per la libertà religiosa, un segno di maggiore vicinanza dello Stato ad una religione particolare rispetto ad altre, un guaio per la libertà di educazione perché caratterizzerebbe l’ambiente scolastico in senso cristiano, “impressionando” i più piccoli.
Lasciamo ai giuristi il commento puntuale della sentenza della Corte europea, contro la quale, peraltro, il governo italiano ha già dichiarato di voler ricorrere. Va considerato, però, che l’orientamento espresso da Strasburgo, in realtà, non stupisce più di tanto.
Esiste da tempo, in Europa, un orientamento culturale contrario alla religione e al cristianesimo in particolare. Un orientamento laicista diffuso, anche e forse soprattutto all’interno delle Istituzioni europee che individua nelle appartenenze religiose e nella manifestazione dei simboli religiosi un “pericolo” per la società. Ci si fa scudo dei temi della libertà di coscienza e della laicità, appunto, per promuovere, invece, una reale discriminazione.
Non è un caso che, nel 2007, chiudendo la ricerca europea sull’insegnamento della religione nel Continente, promossa dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, con il sostegno della Conferenza episcopale italiana, i delegati delle diverse Chiese europee segnalavano tra l’altro, nel documento finale, la presenza in Europa di un “clima culturale” sfavorevole, preoccupato di relegare la religione nel solo ambito del privato. Questo clima, crediamo, deve preoccupare più dei crocifissi esposti nelle scuole, luoghi peraltro dove dialogo e confronto, cioè i “meccanismi” principali dell’istituzione, sarebbero in grado di neutralizzare anche eventuali improprie imposizioni alle coscienze.




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categorie: riflessioni, religione, attualitĂ , laicitĂ 
domenica, 01 novembre 2009

Gerusalemme simbolo di pace per tutti

di Luca M. Possati

"Per musulmani, ebrei e cristiani, per israeliani e palestinesi, e per i popoli di tutto il mondo, Gerusalemme rappresenta un luogo di fede e di nostalgia, un simbolo di aspirazioni nazionali e un luogo sacro che come tale dev'essere aperto a tutti". Questo il messaggio sottolineato con forza dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, nell'intervento al Forum internazionale su Gerusalemme svoltosi in questi giorni a Rabat, in Marocco, al quale hanno preso parte, tra gli altri, esponenti della Lega Araba, dell'Organizzazione della conferenza islamica e delegazioni di vari Paesi. Il capo del Palazzo di Vetro ha ribadito che "la comunità internazionale non riconosce l'annessione israeliana di Gerusalemme est, che continua a far parte del Territorio palestinese occupato, secondo quanto stabilito dalla Quarta Convenzione di Ginevra".
La questione dello status di Gerusalemme rappresenta ancor oggi un nodo centrale nelle trattative in vista della pace in tutto il Vicino Oriente. I palestinesi chiedono che Gerusalemme est diventi capitale del loro futuro Stato autonomo, ma il Governo di Benjamin Netanyahu si oppone a qualsiasi ipotesi di accordo, anche nel caso di un'eventuale amministrazione congiunta. A tal proposito, il segretario generale delle Nazioni Unite ha auspicato che la città "diventi la capitale di due Stati che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza e che si raggiungano degli accordi sui luoghi sacri".
Ma i problemi sul campo ci sono, e sono tanti. Le demolizioni di abitazioni nella parte orientale e le continue tensioni sulla Spianata delle Moschee "ostacolano gli sforzi di chi lavora per la pace e violano il diritto internazionale", ha detto Ban Ki-moon, ricordando "i ripetuti appelli del Quartetto e della comunità internazionale perché Israele fermi gli insediamenti, cessi le provocazioni e le azioni unilaterali e riapra le istituzioni palestinesi a Gerusalemme". Tuttavia, non ci sono solo le demolizioni o le costruzioni abusive. Gerusalemme è ancor oggi una città profondamente divisa da posti di blocco, barriere, forti limitazioni. L'accesso al settore orientale "continua a essere fortemente limitato contraddicendo il parere consultivo espresso dalla Corte internazionale di Giustizia". Le affermazioni di Ban Ki-moon arrivano in una fase molto delicata del dialogo regionale. Dopo l'incontro a settembre tra Obama, Netanyahu e Abu Mazen, a margine dell'Assemblea generale dell'Onu, il dialogo tra israeliani e palestinesi stenta a ripartire.
Al centro delle attuali trattative tra Israele e Stati Uniti c'è soprattutto la questione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Questo, secondo fonti di stampa, è stato l'argomento del recente colloquio tra l'inviato speciale del presidente Obama nella regione, George Mitchell, e Netanyahu. L'incontro precede di pochi giorni la nuova visita nella regione del segretario di Stato americano, Hillary Clinton. Washington chiede un blocco totale delle costruzioni in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Finora il Governo israeliano si è detto disponibile soltanto al congelamento della costruzione di nuovi insediamenti, insistendo sulla necessità di proteggere la "crescita naturale" di quelli già esistenti ed escludendo qualsiasi limitazione per Gerusalemme. Secondo Dorit Beinisch, presidente della Corte suprema israeliana, il Governo Netanyahu "chiude gli occhi di fronte alla costruzione illegale di insediamenti". Beinisch ha così accolto la petizione presentata dalle organizzazioni umanitarie "Yesh Din" e "Btselem", che hanno denunciato più volte la mancata rimozione di alcune abitazioni abusive (una decina) costruite nell'area dell'insediamento di Ofra.


(©L'Osservatore Romano - 1 novembre 2009)

venerdì, 30 ottobre 2009

Vita e azione politica di De Gasperi in un'ampia biografia


di Andrea Possieri

Tra i tantissimi manifesti della campagna elettorale del 1948 ne andrebbe ricordato almeno uno, probabilmente non fra i più conosciuti, che mostra un segaligno, quanto funereo, Alcide De Gasperi nel momento in cui viene colto di soprassalto da un fiero Giuseppe Garibaldi il quale, prendendo vita dal manifesto elettorale del Fronte popolare, redarguisce il presidente del Consiglio in carica dicendo:  "Bada De Gasperi che nessun austriaco me l'ha mai fatta!". L'infanzia asburgica, la formazione all'Università di Vienna, l'incarico di deputato al Parlamento federale e alla Dieta di Innsbruck vennero sempre addebitati ad Alcide De Gasperi su un conto speciale che faceva dell'accusa di "austriacantismo" la voce più costosa. Infatti, se nel primo dopoguerra le polemiche sul passato asburgico furono opera di nazionalisti e fascisti, all'indomani della fine del secondo conflitto mondiale fu il turno del Fronte popolare che rovesciò addosso a De Gasperi, strumentalmente e per bocca del nizzardo, simbolo delle virtù patriottico-popolaresche del Risorgimento, l'accusa di scarso patriottismo o di lealismo verso il nemico storico dell'Italia risorgimentale.
Nulla di più lontano dalla realtà, ovviamente. Una precisa ricostruzione di quegli anni, scrive, infatti, Paolo Pombeni "sfata molte leggende" e restituisce "l'importanza cruciale che ebbero nel costruire una personalità singolarmente capace di un approccio realista alla politica, ma non banalmente supino all'esistente". Oggi, questo complesso itinerario politico e umano dello statista trentino ci viene restituito nelle belle pagine dei tre volumi che compongono la biografia realizzata dalla Fondazione De Gasperi (Alcide De Gasperi, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009, volume i pagine 739, volume ii pagine 423, volume iii pagine 722, euro 88) e scritta da Alfredo Canavero, Paolo Pombeni, Giorgio Vecchio, Francesco Malgeri, Pier Luigi Ballini e dal cardinale Giovanni Battista Re.
Negli ultimi anni, dopo decenni di oblio, sono stati pubblicati molti saggi che hanno ripercorso l'itinerario politico di De Gasperi e, forse, scrive la figlia Maria Romana, ciò che può ancora "essere tema di studi è proprio la ricerca della spinta interiore e di conseguenza del modo di essere di un uomo che è passato come una luce nella vita del nostro Paese". Anche perché la spiritualità e la politica non furono due dimensioni disgiunte della sua esistenza ma due aspetti della vita, "due angoli visuali diversi e complementari", che convissero nell'animo dello statista trentino e ne caratterizzarono profondamente la personalità. De Gasperi, scrive il cardinale Giovanni Battista Re, "fu un uomo saldo nella propria fede e uno statista coerente nella vita politica, che seppe affrontare gli impegni con senso di responsabilità, con onestà e umanità".
Questo rapporto tra spiritualità e politica fu così intenso che, come scrisse nelle sue memorie Giuseppe Dalla Torre, direttore de "L'Osservatore Romano" dal 1920 al 1960, "egli andava persuadendosi di una sua doppia solitudine, quella di lui, cattolico, che si elevava verso quel Dio al quale chiedeva tranquillità e abbandono, fra le tempeste della vita, e quella di lui politico ispirato a codesto sommo bene nel perseguire, ricercare, conquistare, fin che era possibile la giustizia e la carità tra gli uomini, per il bene della terra che lo aveva veduto nascere".
Eppure il nome classicheggiante e pagano, Alcide, che rimanda inequivocabilmente alla forza e alla robustezza, potrebbe perfino impedire di scorgere che, dietro questo appellativo così altisonante, si cela uno dei più importanti statisti italiani, espressione diretta di quel mondo cattolico, che della forza e dello sproloquio, invece, non ha mai fatto una virtù. Alcide De Gasperi, infatti, è stato un uomo politico che ha fatto del consenso popolare e della sobrietà le due parti di una stessa medaglia senza che l'una configgesse con l'altra, riuscendo a incarnare, molto più di quello che si è creduto per decenni, la volontà di rinascita di un popolo, dopo l'ecatombe della guerra, e la speranza diffusa verso un orizzonte di libertà.
"Noi non abbiamo paura della rivoluzione" affermò De Gasperi durante un'accesa riunione del Comitato di liberazione nazionale il 18 marzo del 1944. "Ma ve lo dico francamente", continuò il politico di Pieve Tesino, "è una parola che ci infastidisce dopo aver sentito per tanti anni parlare di "rivoluzione" fascista e dopo aver sentito giustificare tutti i misfatti del fascismo in nome della "rivoluzione". Non temiamo la rivoluzione ma quel che vogliamo non è la rivoluzione, è la libertà". E qualche mese più tardi, nell'ottobre del 1944, in una delle prime lettere inviate a don Luigi Sturzo dopo la liberazione di Roma, appuntò laconico:  "Mi preoccupo del piano totalitario comunista, trepido per la libertà:  le mie forze dovrebbero essere tutte per il partito, disgraziatamente sono ingaggiato nel governo".
Quella di De Gasperi è, dunque, una libertà senza scorciatoie autoritarie e pastoie ideologiche che possano comprometterne il senso o deviarne il significato. Una libertà che, nel secondo dopoguerra, è minacciata dal miraggio palingenetico della rivoluzione socialista e dallo "spettro" di una "dittatura social-comunista". De Gasperi usa proprio la dizione "social-comunista" nella lettera rivolta a don Sturzo il 12 novembre 1944. "Uso questa fusione di parole - scrive lo statista trentino - perché, nonostante le speranze di alcuni nostri amici e il reale sentimento socialdemocratico di molti intellettuali socialisti, a mio parere è per lungo tempo escluso che i socialisti possano svincolarsi dalla soggezione comunista. I comunisti hanno il mito e la forza della Russia, dispongono di un funzionarismo propagandistico addestrato e ben pagato, di mezzi imponenti, di capi abili; ma soprattutto dominano i partigiani del nord, che sono da 100 a 120.000".
La lettera inviata al prete di Caltagirone ci restituisce, oggi, sia la grande capacità di analisi del politico - che si era subito reso conto della subalternità politico-culturale dei socialisti ai comunisti, della forza simbolico-evocativa del mito dell'Urss e della presenza di migliaia di partigiani-militanti armati - che l'arroventato clima post-bellico caratterizzato da speranze diffuse ma anche da timori, rivalse, odi e molte, troppe, armi e munizioni. Quelle stesse munizioni che gli furono indirizzate addosso la mattina del 2 ottobre del 1945, quando, recandosi verso Montecitorio, all'altezza di Ponte Sant'Angelo, la sua vettura venne raggiunta da un colpo di pistola che infranse un cristallo dell'auto. Nessuno venne ferito e fu lo stesso De Gasperi a minimizzare l'accaduto. Stupisce, però, che ancora oggi, a distanza di tanti anni, quest'attentato sia sostanzialmente rimasto in penombra, di scarso interesse per gli storici, spesso non citato nelle biografie e poco ricordato anche nella memorialistica.
Un evento che, invece, ha avuto una posizione di rilievo nel dibattito storiografico è stato il viaggio negli Stati Uniti compiuto, nel gennaio del 1947, da Alcide De Gasperi. "Uno dei giudizi più incisivi sul significato del viaggio", scrive Francesco Malgeri, venne da Luigi Sturzo il quale elaborò un ritratto di grande intensità del leader democristiano sottolineandone sia "i consensi delle autorità statunitensi" che il calore degli italo-americani. "C'è stata una nota personale - scrive il prete di Caltagirone - che stampa e radio hanno marcato:  la figura di De Gasperi. Persona diritta, integra, senza posa, condotta rettilinea, bontà, austera complessità umana; egli, in momenti di smarrimento e di ansia, ha rappresentato la nuova Italia con le sue speranze. Quale l'avvenire dell'Italia? Hanno domandato politici ed economisti. De Gasperi non è profeta; le sue risposte sono state caute e misurate, ma la sua persona diceva più che le sue parole, perché assicurava quegli  uomini  di  affari  che  l'Italia ha un leader e uno statista di senno e di equilibrio tali da poter superare crisi difficili ed evitare avventure pericolose".
D'altronde, con la successiva adesione al Patto atlantico nel 1949, De Gasperi avrebbe fornito una soluzione al problema della sicurezza della penisola e avrebbe posto le premesse per il superamento di alcune clausole del trattato di pace del 1947. L'Italia, in questo modo, passava dalla condizione di Stato sconfitto a quella di membro alla pari della comunità occidentale, e veniva liberata da una delle pesanti eredità che il fascismo le aveva lasciato, ovvero "la rottura traumatica dei rapporti con i Paesi della sua naturale area civile e culturale". Pertanto, la scelta atlantica, come ha scritto Ballini, divenne "un fattore di identità nazionale", che influenzò profondamente la dialettica dell'intero sistema politico italiano.
Un sistema politico caratterizzato sia dalla "fisionomia laica del partito" dei cattolici, fortemente voluta da De Gasperi, che da quell'"elogio della pazienza" che rappresentò, per lo statista trentino, l'unica "virtù necessaria della democrazia" e che ne ispirò il riformismo. Un'azione riformatrice dalla quale è possibile enucleare almeno tre indicatori di rilievo. In primo luogo, il cosiddetto Piano Ina-Casa che, realizzando qualcosa come 355.000 alloggi, non solo ridusse il deficit endemico di abitazioni di cui soffriva il Paese, ma si rivelò anche un importante "motore di sviluppo" in molti settori economici e offrì una stabile occupazione a decine di migliaia di lavoratori. Quindi, la tanto vituperata riforma agraria che, sebbene con un esito limitato rispetto ai propositi iniziali, ebbe almeno il merito di ridurre notevolmente il potere dei grandi proprietari redditieri e di incentivare, soprattutto in certe zone del mezzogiorno, una serie di cospicui investimenti che permisero all'Italia di essere "l'unico caso tra i maggiori Paesi industrializzati" in cui l'indice degli investimenti in agricoltura "crebbe, per tutti gli anni Cinquanta, più di quello nell'industria". Infine la riforma tributaria, il cui gettito dalle imposte passò dai circa 65 miliardi mensili del 1948 agli oltre 135 del 1953, arrivando a coprire, alla fine della legislatura, oltre l'80 per cento della spesa pubblica.
Senza sconfinare in una pedissequa agiografia celebrativa, da questo affresco appena tratteggiato, si può affermare che Alcide De Gasperi, per le scelte compiute, i risultati ottenuti e la carica politico-morale che riuscì a incarnare, sia stato uno dei più importanti statisti dell'Italia moderna. Eppure, nonostante ciò, non si può non rilevare lo scarto che esiste tra la statura politica e la memoria pubblica, tra il grande lascito simbolico-morale dell'uomo e l'assenza di una cultura politica diffusa in qualche modo riconducibile direttamente al politico di Pieve Tesino. Forse, dopo essere stato confinato, per decenni, negli scaffali più reconditi della memoria è venuto il momento, non solo di un riconoscimento storiografico, che si è già verificato, ma anche di una riscoperta istituzionale che annoveri Alcide De Gasperi tra i padri nobili della Patria e dell'Europa moderna.


(©L'Osservatore Romano - 30 ottobre 2009)

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sabato, 24 ottobre 2009

Tredici milioni di non nati

"Avvenire"
Marina Corradi
Ci mancano tredici milioni di figli. In Europa, e solo negli ultimi dieci anni, non sono nati tredici milioni di figli. Oltre un milione e duecentomila aborti all’anno. Tremila e trecento i figli che gli europei cancellano, ogni giorno. Le elaborazioni sono dell’Istituto europeo di politica familiare, sulla base di dati Eurostat.
I numeri, sono qualcosa di oggettivo. Non come le opinioni. I numeri stanno lì, fermi, incontestabili. E davanti a questi numeri ci si dovrebbe, crediamo, almeno fermare un momento. Anche chi non ha dubbi sul diritto all’aborto, forse davanti a questa cifra – dei soli ultimi dieci anni – potrebbe lasciarsi interpellare da qualche domanda. Perché siamo abituati a pensare all’aborto come scelta individuale, riguardante in fondo solo la donna e al massimo la sua famiglia. Ma il bilancio tracciato dall’Istituto mostra l’aspetto collettivo, la somma di tutte queste scelte individuali. Che è, alla fine, quasi una generazione mancante a questa Europa. Tredici milioni che non ci sono nei banchi delle scuole, nei campi di pallone dei nostri quartieri – nelle nostre case, la sera. Nelle tabelle, nei grafici, milioni di singole e spesso solitarie scelte individuali si addizionano, si allineano, diventano un esercito: eccoli, tutti i figli che non abbiamo voluto. E non è necessario, crediamo, essere dei pro-life per guardare a queste schiere di figli non nati con dolore: come si guarda a una sconfitta, come si guarda a una bellezza perduta.
Tra le pieghe del rapporto si apprende che nella “vecchia” Europa dei 15, più benestante dell’Europa allargata a 27, in questi dieci anni il numero di aborti è aumentato. Che dal 2000 a oggi la Spagna ha raddoppiato gli aborti (da 63 mila a 122 mila) – e questo fa pensare che la cultura e la politica di un Paese c’entrino, e tanto, nell’influenzare la scelta fra un sì e un no. L’Italia invece risulta in leggero calo; anche se oltre un milione e trecentomila di quei tredici milioni di figli che mancano in questi dieci anni sono nostri. Ancora: in Europa una gravidanza su cinque finisce in un aborto, e un aborto su sette è di una ragazzina sotto i vent’anni.
Numeri. Con la asettica freddezza propria dei numeri. Milioni di private scelte rapprese in quelle file di zeri implacabili. È un fatto: tredici milioni di figli ci mancano. Mentre gli esperti si affannano a spiegare le conseguenze sociali del declino demografico, e ci descrivono una futura Europa di vecchi, e di vecchi spesso soli e spesso poveri, sarebbe leale stare a guardare questi grafici e domandarci se l’individuale “diritto” cui l’Occidente inneggia da trent’anni non mostri ora le sue drammatiche conseguenze collettive. Se, invece di introdurre la pillola abortiva, o di allargare il libero aborto alle sedicenni come in Spagna, non sarebbe il caso di fermarsi un momento e di riflettere. Davvero tutto può essere solo ristretto nel “privato”, e la dimensione comunitaria è irrilevante?
Pochi giorni fa ad Ars il cardinale Schönborn, arcivescovo di Vienna, alla fine degli esercizi predicati a mille preti in occasione dell’Anno Sacerdotale, ha detto: «Il dramma dell’Europa è la denatalità. L’Europa si sta suicidando nell’aborto dei suoi figli». Come un pugno nello stomaco, la diagnosi dell’arcivescovo della città che è il cuore della vecchia Europa (cuore invecchiato, dove metà degli abitanti vive da "single"). Quelle parole ci hanno ammutoliti, e quasi siamo stati tentati di dirci che erano eccessivamente severe. Ma tredici milioni in meno. Non è la stessa cosa, detta con la freddezza dei numeri?
Un esercito, che non c’è. Che non diventerà grande, che non ci darà dei nipoti. E che era fatto di figli: di primi passi, e primi giorni di scuola, e giochi in cortile. Vita, che non è stata. (Se, almeno, avessimo il coraggio di ammettere un collettivo dolore).

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venerdì, 23 ottobre 2009

1009:la distruzione del Santo Sepolcro

"Avvenire"
Giorgio Bernardelli

In pochi lo sanno, ma in questi giorni ricorre a Gerusalemme un millenario molto doloroso per la comunità cristiana della Terra Santa: quello della distruzione della basilica costantiniana del Santo Sepolcro ad opera del sultano fatimide al-Hakim. Un fatto destinato a cambiare in maniera radicale la fisionomia dei luoghi cristiani nella Città Santa, dal momento che – anche se poi ricostruita – la basilica non avrebbe mai più ritrovato lo splendore che ebbe nella Gerusalemme del primo millennio. Un luogo – in particolare – sarebbe andato perduto per sempre: il Martyrium, cioè la grande chiesa in cui si faceva memoria della Passione di Gesù.
A ricostruire la data esatta dell’anniversario è stato – sull’ultimo numero della rivista Terrasanta – l’archeologo francescano padre Eugenio Alliata. Le cronache dell’epoca raccontano, infatti, che la distruzione cominciò «il martedì il quinto giorno prima della fine del mese di Safar nell’anno 400 dell’Egira». Annota padre Alliata: «L’anno dell’Egira 400 inizia il 25 agosto 1009 ed essendo Safar il secondo mese dell’anno lunare islamico bisogna aggiungere 54 giorni per arrivare a martedì 18 ottobre, secondo il calendario gregoriano (giorno ovviamente estrapolato, trattandosi di una data anteriore all’istituzione ufficiale del medesimo)».
Quella che il 18 ottobre 1009 si consumò a Gerusalemme fu una distruzione radicale: lo stesso Santo Sepolcro – racconta sempre il cronista dell’XI secolo – «fu scavato e sradicato nella maggior parte». Ma come mai mille anni fa (e quasi quattro secoli dopo la conquista araba di Gerusalemme), si arrivò a uno scempio del genere? La risposta sta nella figura del sultano al-Hakim, che regnò al Cairo dal 1000 al 1021. Fu lui a imporre una svolta nella politica dei fatimidi, dinastia appartenente alla corrente ismailita degli sciiti, che fino a quel momento aveva mostrato tolleranza nei confronti sia dei sunniti sia delle altre minoranze religiose. Al-Hakim, al contrario, tentò con ogni mezzo di imporre la propria fede. E ad essere più duramente colpiti furono soprattutto cristiani ed ebrei: il sultano, ad esempio, portò all’esasperazione la legislazione sui<+corsivo> dhimmi<+tondo>. Ma fu proprio la distruzione del Santo Sepolcro il culmine della sua intolleranza religiosa. Un fatto la cui eco rimbalzò molto presto in Europa, divenendo una delle ragioni addotte per la convocazione della prima Crociata.
Quella del 1009 fu, dunque, una pagina nerissima nei rapporti tra islam e cristianesimo. Da ricordare, però, tenendo presente che lungo i secoli ce ne sono state anche altre di segno opposto. Proprio la basilica del Santo Sepolcro era stata testimone del gesto compiuto dal califfo Omar, quando nel 638, al momento della conquista araba di Gerusalemme, scelse di non entrare a pregare in questo luogo santo, in segno di rispetto verso i cristiani (un fatto questo molto importante, dal momento che se non si fosse comportato così la «madre di tutte le chiese» sarebbe stata trasformata in moschea, come tanti altri luoghi di culto cristiani in Oriente).
Va inoltre aggiunto che – anche dopo lo scempio ordinato da al-Hakim – sotto il regno del suo successore al-Zahim fu comunque raggiunto un accordo tra il sultano e l’imperatore bizantino Argyropulos in forza del quale già nel 1042 poté iniziare la ricostruzione del Santo Sepolcro. Dettaglio interessante: l’intesa di dieci secoli fa prevedeva qualcosa di molto simile a quello che oggi chiameremmo il principio della reciprocità. L’imperatore, infatti, concedeva contestualmente il permesso di edificare una moschea a Costantinopoli.
I lavori di ricostruzione – terminati nel 1048 – si concentrarono solo sulla parte più venerata del complesso costantiniano: la rotonda al cui centro era posto il Santo Sepolcro. Nell’edificio antico, consacrato nell’anno 336, esistevano però anche altri due elementi distinti. Entrando dal cardo maximo, la strada principale della Gerusalemme romana e bizantina, per prima cosa si accedeva al Martiryum, la grande chiesa a cinque navate. Dal fondo di questo edificio sacro si entrava poi in un giardino, circondato da un triportico, dove nell’angolo di sud-est era venerata all’aperto la roccia del Calvario, dove Gesù fu crocifisso. Oltre il giardino, infine, si apriva l’anastasis, la rotonda con al centro il Santo Sepolcro. Per dare un’idea della grandiosità dell’intero complesso basti citare il fatto che insieme queste tre parti sviluppavano un asse di circa 150 metri (tanto per dare un termine di paragone la basilica di San Pietro è lunga 186 metri, dunque non molto di più).
La scelta di concentrarsi sulla rotonda del Santo Sepolcro fu confermata dai crociati: quando nel 1099 nacque il regno latino di Gerusalemme si affermò subito l’idea di riportare la basilica all’antico splendore. Ma la struttura rimase comunque più piccola rispetto a quella costantiniana: si decise di allargare l’anastasis, andando però a ricomprendere all’interno della chiesa solo la roccia del Calvario, che prima si trovava – invece – nel giardino. Questo spiega la fisionomia attuale della basilica, consacrata nel 1149 e poi rimasta sostanzialmente inviolata anche dopo la sconfitta dei crociati a Gerusalemme.
Il Martyrium, dunque, è il luogo santo che non c’è più. Luogo fondamentale della Gerusalemme bizantina, una comunità di cui oggi in realtà si ricorda pochissimo. Invece era proprio qui che – tra il IV e l’inizio dell’XI secolo – ogni domenica si riunivano i cristiani per celebrare l’Eucaristia. In una chiesa anch’essa ricca di simbolismi: Eusebio, nella sua Vita di Costantino, racconta che l’elemento principale dell’intera opera era «un emisfero collocato sulla parte più alta della basilica, cui facevano corona dodici colonne pari al numero degli Apostoli del Salvatore e ornate in cima con enormi crateri d’argento che l’imperatore aveva offerto personalmente quale bellissimo dono votivo al suo Dio».
Era la morte gloriosa di Gesù che nella Gerusalemme bizantina la Chiesa qui celebrava. Fermando lo sguardo sulla sua Passione prima di correre al sepolcro vuoto della Resurrezione. Forse è proprio questa l’idea più importante che un millenario così nascosto ci può aiutare a ritrovare.


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categorie: religione, gerusalemme, cittĂ  santa
sabato, 17 ottobre 2009

13.505 giorni

fonte:Avvenire
Se esistessero una bilancia per pesare il valore di una vita, un cronometro per decidere fino a quando valga la pena viverla e un metro per misurarne la dignità, certo non basterebbero per contenere la grandezza dei 37 anni che Paola Gorla ha trascorso su questa terra. Fino a domenica notte, quando una polmonite virale se l’è portata via per sempre. «Paola è morta fisicamente ma il dono della sua presenza resterà con noi», dice mamma Anita che con papà Giorgio e il fratello maggiore Alessandro, oggi 39enne, saluterà la figlia, per l’ultima volta, questa mattina nella chiesa parrocchiale di Fino Mornasco (Como) dove la famiglia Gorla risiede.
Avevamo incrociato la storia di Paola una calda mattina d’estate di un anno fa. Erano i giorni del “caso-Eluana” e anche Paola, con i suoi genitori, aveva voluto partecipare a una delle tante iniziative contrarie alla sentenza di morte a carico della sfortunata lecchese. Paola non vedeva, non parlava, non sentiva e non poteva camminare né stare seduta. Fulminata a quattro mesi dal vaccino antipertosse trivalente, giaceva in stato vegetativo dal 1972. Encefalopatia da antigene pertossico, era stata la terribile diagnosi emessa dagli specialisti dell’ospedale di Merate (Lecco) ai quali i genitori si erano rivolti per capire che cosa avesse quella figlia che, tutto a un tratto, aveva smesso di mangiare e di comportarsi come gli altri neonati.
Mamma Anita e papà Giorgio si sono dimostrati più forti del dolore, enorme, che li aveva investiti. Si sono rimboccati le maniche e hanno letteralmente costruito una casa su misura per Paola. Siccome la ragazza non stava bene nell’appartamentino al terzo piano dove abitavano, con i risparmi di una vita di lavoro ne hanno realizzata una nuova, con l’ascensore e la piscina riscaldata per la fisioterapia.
Per 37 anni, la vita dei Gorla è stata scandita dai tempi di Paola: la nutrizione tramite Peg, di cui papà Giorgio era ormai diventato espertissimo, il catetere tre volte al giorno per liberare la vescica e l’aspiratore per tenere liberi e puliti naso e bocca. Tutto questo per 13.505 giorni. Tutto inutile? Non ditelo a mamma Anita.
«Paola – racconta con un filo di voce – ci ha reso la vita più gioiosa e felice. Tutti i giorni ci dava un nuovo obiettivo, ci raccontava un nuovo capitolo di una storia che noi avremmo tanto voluto continuare a scrivere ancora per molto. Mi manca tantissimo anche se ho la certezza che, adesso, dopo 37 anni, può fare finalmente ciò che le sarebbe tanto piaciuto: correre, giocare e ammirare tutti i doni che Dio ci ha fatto. Ora può farlo e questo, potrà apparire paradossale, ci rende gioiosi e riempie almeno un po’ il grande vuoto che ha lasciato nella nostra casa e nelle nostre vite. Questo pensiero ci dà forza e ci sostiene nella prova. L’amore per Paola non è stato vano; lei è stata il nostro ossigeno e la nostra ragione di vita e vogliamo ringraziare il Signore per ogni singolo giorno che ci ha concesso di trascorrerle accanto».


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mercoledì, 14 ottobre 2009

Omofobia due rischi sventati e un problema

  Domenico Delle Foglie
"Avvenire"
Ora qualcuno si avventurerà ad affermare che c’è libertà di aggressione nei confronti degli omosessuali. E qualcun altro, in un impeto di esecrazione, magari si spingerà a sostenere che lo "scellerato" via libera (se non l’incitamento) è venuto addirittura dalla Camera dei deputati, con un voto trasversale che starebbe lì a testimoniare la sostanziale cultura omofobica dei nostri rappresentanti. Si tratta di falsità, dalle quali qui – per quanto ci è possibile – vogliamo mettere in guardia.
Proviamo a ricostruire i fatti nella loro nuda verità, e nella consapevolezza che non è assolutamente in discussione la dignità degli omosessuali come persone, e in quanto tali portatrici degli stessi diritti garantiti dalla Costituzione italiana a tutti i cittadini del nostro Paese.
Ieri è semplicemente accaduto che alla Camera, con un voto bipartisan, è stata ritenuta fondata la pregiudiziale di costituzionalità sollevata dall’Udc in relazione alla proposta di legge che porta il nome dell’onorevole Paola Concia e che è più nota come legge anti-omofobia.
È indiscutibile che la materia sia in queste ore incandescente, a causa di ripetute aggressioni contro coppie di omosessuali, verificatesi soprattutto a Roma. Aggressioni violente e del tutto immotivate che hanno suscitato unanime condanna nel mondo politico, oltre che la riprovazione, senza se e senza ma, dell’opinione pubblica. E se non fosse abbastanza chiaro, anche noi – ancora una volta – esprimiamo una ferma condanna per questa come per ogni altra forma di violenza, tanto più se gratuita, irrazionale o mossa da motivazioni abiette.
Ma torniamo al cuore della questione: la legge Concia è stata "stoppata" perché il Parlamento ha ritenuto che contenesse in sé un rischio gravissimo, cioè quello di provocare una discriminazione nei confronti di chi omosessuale non è, proprio in virtù dell’introduzione nel codice penale di un’aggravante specifica, tesa a creare una sorta di super-protezione riconosciuta solo e soltanto alle persone che si dichiarano omosessuali. Il legislatore, insomma, in questa occasione ha saputo guardare lontano. E ha fatto anche di più: ha saputo riconoscere quello che appare come il rischio più elevato per una comunità civile: l’introduzione di un nuovo reato di opinione. Un reato nel quale sarebbe potuto cadere, ad esempio, chi avesse pubblicamente sostenuto la bellezza e la bontà sociale del matrimonio storicamente definito, ovvero fra un uomo e una donna. Con simili norme per i portatori di questa opinione si sarebbe aperta la porta all’imputazione per «discriminazione» nei confronti di quanti, appunto gli omosessuali, non possono accedere al matrimonio fra persone dello stesso sesso.
Qualcuno dirà che il legislatore ha visto male. A noi sembra che questa volta il Parlamento si sia accorto della vera posta in gioco: non introdurre una sanzione di legge che già c’è, ma aprire la via, al di là della stessa lettera della legge, alla cosiddetta «cultura di genere» nel nostro ordinamento. Una «cultura» che porta con sé una serie di richieste, a nostro parere, irricevibili: dal matrimonio omosessuale alla procreazione artificiale e all’adozione di bambini da parte di persone delle stesso sesso.
Forse non placherà la polemica neppure l’evidenza del fatto che già oggi il nostro ordinamento indica nei cosiddetti «motivi abietti» un’aggravante e che, infatti, la magistratura ha già rigorosamente sanzionato le aggressioni a persone bersagliate per il loro essere omosessuali.
Eppure, vogliamo sperare in un soprassalto di saggezza anche in chi, ieri, si è spinto scompostamente a parlare di «vergogna». È opportuno che tutti si facciano carico della prudenza necessaria quando, nella creazione di "nuovi diritti", si vanno a intaccare i pilastri della comune antropologia. E una dose di lucidità in più aiuterebbe tutti noi a collocare il tema della violenza, compresa quella contro gli omosessuali, là dov’è il suo posto elettivo: al centro dell’azione educativa. Non sarà un’aggravante specifica, portatrice di ambigue e pericolose interpretazioni e applicazioni, a strappare la violenza dal cuore dei violenti. E questo resta il problema.


postato da: annamariamangia alle ore 08:27 | link | commenti
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